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OGNI COSA HA IL SUO TEMPO

FRANCESCA SPERANZA_FOTOGRAFIA A CONTATTO

Sensibile e appassionata Francesca Speranza coglie, nei suoi lavori, la dimensione umana della visione e focalizza la sua attenzione su una rappresentazione sociale e antropologica nella quale ogni singolo essere viene colto nella propria compiuta e differente individualità. Nel 2008 ha vinto il premio GAP con Uno, nessuno e centomila, un'installazione fotografica che raffigura la tifoseria della curva dello Stadio di Lecce della quale coglie l'aspetto sociologico e antropologico.

Il bianco e il nero sono i colori-non colori di questa mostra. Rimandi all'oggetto di uso quotidiano, di per sé insignificante, dimenticato in un cassetto o poggiato, accostato su di un ripiano e confuso tra tanti altri oggetti.

In esposizione trentatré frammenti della memoria personale dell'artista realizzati per contatto diretto dell'oggetto, il quale viene impressionato sulla carta sensibile con l'esposizione della stessa al fiotto di luce dell'ingranditore, nel buio della camera oscura. Ogni forma ha il suo contrario nell'elegante contrasto bianco-nero di una silhouette nuova che ha poco in comune con l'oggetto rappresentato se non il ricordo codificato nella mente di chi osserva. 
Così opere come Violino, Fonendoscopio, Guanti, un Cavalluccio, La casa di vetro più croce o Il topolino, sono il ricordo dell'oggetto fotografato, il riflesso stilizzato e depurato di un recupero della memoria in nuove forme estetiche.

 

 

 

 

[...] Un percorso che appare momentaneamente sospeso con Ogni cosa ha il suo tempo, un'installazione con la quale la giovane artista brindisina "tira fuori" dai cassetti della memoria un lavoro a lungo pensato e con il quale compie un intenso viaggio introspettivo ri-costruendo una rete di tappe e di momenti realmente vissuti. Non si tratta, come potrebbe all'apparenza sembrare, di un'operazione di semplice schedatura ma di un processo di messa a fuoco di ricordi che seguono e ripetono il ritmo dell'esistenza. Le trentatré stampe fotografiche ottenute a contatto con oggetti personali (rappresentati in scala reale) definiscono una cartografia mobile e versatile, che misura essenzialmente distanze e vicinanze temporali; trentatré oggetti che descrivono un rapporto interiorizzato con il passato, uno sminuzzamento della realtà sospesa a metà tra concreto e sogno, tra bianco e nero. Lo straniamento che le singole foto determinano, soprattutto se riferite all'oggetto reale, fa nascere nuove connessioni ed analogie e struttura una storia della quale il numero 33, simbolico ed evocativo, delimita il confine e argina gli sviluppi.

In quest'opera tutto rimanda alla nozione di tempo, che è naturalmente un tempo interiore, qualcosa di non associabile al tempo storico o al tempo sociale, qualcosa che si estende oltre la rappresentazione e trasforma i dati che ogni singolo oggetto trasmette. Francesca Speranza lascia proprio all'oggetto il ruolo e la responsabilità della narrazione e ogni fotografia diventa il frammento di un viaggio a ritroso che ci racconta di una tendenza febbrile all'accumulo, di un attaccamento morboso alle cose del passato tra le quali ricorre spesso la presenza di oggetti-feticcio. La Treccia, quella di bambina, tagliata e conservata, sensuale e ripugnante, ci parla di un rapporto intenso con la madre e con la propria femminilità, 
E' nella fragile intercapedine tra memoria volontaria (quella della fotografia) e memoria involontaria (quella della sensazione) che si insinua questo lavoro che recupera e congela un passato che altrimenti andrebbe perduto per sempre. Ed è appunto nel "tempo ritrovato" che l'illusione del ricordo combacia con il ricordo, nello stesso modo in cui l'immagine dell'oggetto combacia con l'oggetto, un meccanismo che serve a redimere dalla propria banalità di ogni singola cosa e ogni singolo istante. Francesca ci convince che l'illusione può coincidere con quella che chiamiamo realtà e che la fragilità o la forza dei nostri ricordi è quella che scopriamo per caso sedimentata dentro noi stessi [...]

Marinilde Giannandrea

 

   
   

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